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Il dolore in Italia

 

 

Il dolore in Italia

 

Basta una legge a cambiare la cultura italiana del non curare il dolore? E soprattutto l’oppiofobia che impedisce a molti medici di usare i farmaci giusti per lenire ciò che non è diritto di nessuno patire? Sembra di no. E lo dice un’inchiesta dei carabinieri del Nas in 244 ospedali, caratterizzati dalla presenza cumulativa dei reparti di chirurgia generale e oncologia. Due settori dove il dolore alberga. E dove la somministrazione di certi farmaci dovrebbe essere diffusa.

LE SCALE DEL DOLORE - Le indagini sono state svolte in cinque giorni, dal 19 al 23 luglio 2011, con l'impiego di 500 militari. E la richiesta era partita dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulla sanità presieduta dal senatore pd Ignazio Marino. Ne è emerso un quadro di crescita, ma ancora inspiegabilmente critico a più di un anno dall’entrata in vigore della legge che avrebbe dovuto favorire l’uso degli oppioidi dove servono e la formazione di una cultura della moderna terapia del dolore. A cominciare dall’obbligo di usare in reparto scale per la rilevazione quotidiana del dolore avvertito dai pazienti. Misurazione d’obbligo come quella della pressione sanguigna e della temperatura corporea. E praticamente a costo zero.

I NUMERI - Indagate 86 strutture al Nord, 103 strutture al Centro e 55 strutture al Sud. Il dato nazionale è il seguente: su 244 strutture ospedaliere, in 57 non vi era alcuna presenza del Comitato ospedale senza dolore e del Progetto ospedale senza dolore, vale a dire nel 23 per cento dei casi; la presenza di Unità operative per cure palliative è stata rilevata nel 63 per cento dei casi, ossia in 154 strutture; la presenza della scala di rilevazione del dolore è stata rilevata nell'81 per cento dei casi; la continuità terapeutica una volta dimessi dall’ospedale nel 78 per cento dei casi; la collaborazione con medici di medicina generale nel 76 per cento delle strutture; la formazione del personale era presente nell'82 per cento dei casi e il materiale informativo nel 55 per cento; l'utilizzo di questionari sulla soddisfazione della terapia del dolore avviene in 143 strutture (59 per cento) e i veicoli di informazione sono presenti nel 69 per cento dei casi.

ADEGUAMENTO ALLA LEGGE - In sintesi, la percentuale di adeguamento alla legge è pari al 71 per cento su 244 ospedali. Ma ciò che è grave è che il Sud d'Italia registra una percentuale media di adeguamento del 53 per cento (18 punti percentuali in meno rispetto al dato medio nazionale). E grave resta la scelta dei farmaci. Il dato nazionale evidenzia che nelle 244 strutture poste sotto osservazione, dall'inizio del 2008 al giugno di quest'anno, sono state utilizzate 6.678.535 confezioni, con una media nazionale di 27.331 confezioni di farmaci oppioidi. Se poi si osservano i dati per aree, si scopre che il 68 per cento dei 7 milioni circa di confezioni è stato consumato al Nord, il 26 per cento è stato utilizzato al Centro e solo il 6 per cento è stato consumato nel Sud d'Italia. Si rileva lo stesso dato anche dall'osservazione dei numeri, i quali forniscono altre indicazioni: innanzitutto, nei tre anni e mezzo, il Nord si attesta tra le 680.000 e le 700.000 confezioni, il Centro intorno alle 250.000-260.000 confezioni, mentre il Sud non supera (se non di poco nel primo semestre del 2009) le 55.000 confezioni. Vi è, dunque, una differenza enorme tra le 741.000 confezioni consumate al Nord e le 54.000 confezioni consumate al Sud. Se si suddivide il numero delle confezioni per i giorni calcolati (1.278 giorni), si evidenzia un dato piuttosto strano, cioè che il consumo medio giornaliero nel Nord Italia è pari a 41 confezioni al giorno, nel centro Italia è pari a 16 confezioni e nel Sud Italia è pari soltanto a 5 confezioni. Un regresso rispetto a quanto utilizzato prima della legge, quando l’Italia era a livello del Ruanda per uso di dosi di morfina, uno dei parametri internazionali per valutare una corretta terapia del dolore. Nel Sud quindi ancora molti malati soffrono e non dovrebbero. E chi ha un male terminale muore soffrendo e oggi questo sarebbe illegale.

(Fonte:corriere.it)

 

Lotta al dolore: l'Italia è ultima
Dalle malattie gravi, al mal di schiena non si applicano le terapie adeguate


Se ogni anno in Italia 90 mila malati terminali non vengono curati, o lo sono parzialmente, per la sofferenza fisica (22 milioni di dosi di morfina annui bastano per curarne 60 mila su 150 mila), ancor peggio è la situazione per quei 10-15 milioni di italiani che soffrono di dolore cronico non causato da tumori. Mal di schiena al primo posto. Un classico. La mattina ci si sveglia senza riuscire a muoversi, anzi a distendere la schiena. Fitte atroci, piegati dal dolore. Telefonata in ufficio per avvertire dell'assenza: «Colpo della strega». Poi al medico di base. Un antinfiammatorio prescritto al telefono. Poi tutto passa... Le cause possono essere diverse, ma si calcola che almeno il 90 per cento della popolazione mondiale almeno una volta nella vita abbia provato questa lancinante sofferenza. E 9 volte su dieci passa da solo nel giro di qualche giorno. Quindi niente esami, nessuna diagnosi, causa ignota. Un dato che, con la creazione di servizi multispecialistici (Pain center) in grado di affrontare il dolore come malattia, è subito sceso a circa il 70 per cento. Almeno è questa l'esperienza di New York, dove il mal di schiena è nell'hit parade dei costi sociali come giorni di lavoro persi, costi sanitari, assistenza domiciliare.

E negli Stati Uniti il dolore cronico (mal di schiena al primo posto) non oncologico costa alla società circa 100 miliardi di dollari l'anno. Al secondo posto, come impatto nelle assenze dal lavoro e nei costi socio-sanitari, c'è il mal di testa, tante le classificazioni... E anche in questo caso la terapia italiana è: anti-infiammatori. La pugnalata al centro del capo non passa. Non può passare. Chi ne soffre si chiude al silenzio, al buio (luce e suoni moltiplicano gli effetti)... Altro che andare al lavoro. Anche il mal di testa può trasformarsi in emergenza: basti pensare che il 2-7% degli europei che si rivolgono alle strutture di pronto soccorso si vede diagnosticare una cefalea acuta. Lo ricorda Paolo Martelletti, responsabile del centro per le cefalee dell'università La Sapienza di Roma. In Europa si registra una crescita per questo tipo di disturbo e l'Italia non è da meno. «Il 51% degli italiani — spiega Martelletti — soffre di cefalea acuta, mentre il 14% soffre di emicrania e il 4% di cefalea cronica». Quei 10-15 milioni di italiani che soffrono di dolore cronico forse sono molti di più. Siamo un popolo di doloranti, almeno una volta nella vita. E la severità dei sintomi spesso è tale da rendere dipendenti dai farmaci. «La maggior parte dei pazienti con cefalea cronica — aggiunge Martelletti — abusa quotidianamente di analgesici, senza sapere però che questi possono solo peggiorare la situazione, scatenando una cefalea secondaria da abuso di farmaci».

«È ora di dichiarare, su un fronte internazionale, la guerra all'ignoranza sul dolore», ha detto Costantino Benedetti, terapista del dolore all'Ohio university, in un intervento all'ultimo Sanit a Roma. Parlava della sua amata Italia. E sì, perché nel nostro Paese è già complicato assicurare la terapia del dolore (è tra le cure palliative) ai malati di tumore. Per tutto il resto, ecco il quadro. Gli ospedali senza dolore sono una realtà conquistata con difficoltà: tutti i degenti non dovrebbero nemmeno avvertire la pur minima sofferenza. E tutte le mattine l'infermiera, oltre a pressione del sangue e temperatura, dovrebbe misurare il dolore e annotarlo in cartella clinica. Così è negli Stati Uniti dal 2001, così dovrebbe essere in Italia. Ma spesso è il paziente che deve chiederlo. E la terapia? In ospedale c'è (anche se si eccede in dosi «rimbambenti» di oppioidi o morfina: il degente dorme e non dà fastidio), ma non multi farmaco e con dosaggi personalizzati come prescrivono le linee guida per un recupero fisico più rapido: senza dolore un operato si alza e riacquista prima le sue forze.

Fuori dell'ospedale, sul territorio, il nulla: fai da te o medici di famiglia impreparati. Nel 1944, il padre della moderna terapia del dolore, John Bonica (morto nel 1994, nato a Filicudi ma negli Stati Uniti dall'età di sette anni), oltre a mettere a punto la peridurale per il parto indolore, comincia proprio dai medici di famiglia e dagli infermieri a dare indicazioni su come curare il dolore. In Italia però siamo sempre fermi all'epoca in cui Bonica cambiava le regole oltre Oceano. Non esiste un piano di Pain clinic territoriali che si occupino di diagnosi e cura di chi soffre, pur non avendo malattie terminali. Di chi ha una banale mal di schiena o una feroce emicrania, dolori mestruali o reumatismi vari, artrosi o psoriasi con complicanze dolorose, danni da diabete o neuropatie di varia origine. Si parla di 10-15 milioni di italiani (25 per cento) e di 70-80 milioni di americani. Le poche realtà efficienti si sperdono nel vuoto. Ed è una delle priorità per il sottosegretario al Welfare Ferruccio Fazio, scienziato, figlio di un noto clinico, che per il 17 luglio ha convocato alcuni esperti per discutere di come dare all'Italia un'organizzazione anti-dolore. In particolare ha chiamato Guido Fanelli, terapista del dolore dell'università di Parma.

Qualcosa si deve fare. Perché soffrire non è un obbligo, ma in Italia sembra che lo sia. È l'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) a dirlo. Con i numeri. Uno degli indicatori della qualità della vita si basa sulle dosi annue di morfina (e farmaci oppioidi) pro capite per curare il dolore (tutti i tipi di dolore). L'Italia era, nel 2004, al pari dell'Etiopia e del Ruanda. Nel 2007 è salita in classifica, ma di poco: ultimi in Europa, dopo Malta. Al ventiseiesimo posto. Il Centro Studi Mundipharma, al Sanit di Roma, ha rincarato le accuse: «Nonostante le raccomandazioni delle principali Linee guida internazionali, per quanto riguarda l'impiego dei farmaci oppioidi il nostro Paese rimane all'ultimo posto tra gli Stati dell'Ue, con una spesa media annua pro capite che non arriva a un euro». Il confronto: 0,63 euro contro i 7,66 della Danimarca; i 7,29 della Germania; i 4 del Regno Unito; i 2,88 della Spagna; i 2,61 della Francia e una media europea di 3,73 euro. Aggiunge Benedetti: «Se il Canada usa 170 milligrammi di morfina ed ossicodone pro capite all'anno e l'Italia solo 4, l'aumento dovrebbe essere di circa 40 volte per andare alla pari dei Paesi più avanzati». Il problema è soprattutto culturale: nel nostro Paese quando si parla di morfina si pensa alla droga, mentre all'estero si pensa a un farmaco. E quando si parla di dolore si pensa a un sintomo, quasi sempre esagerato dai pazienti che soffrono... Chissà poi perché?

(Fonte:corriere.it)

 

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